Palindromi

La parola palindroma più lunga della lingua italiana è “onorarono” (nove lettere) ma non mancano palindromi assai più divertenti nati dalla fantasia di qualche bontempone, come ad esempio: accavallavacca, eruttafatture, otturarutto, erotomotore, acetoteca.

Fra le frasi palindrome, ricordiamo:
“alle carte t’alleni nella tetra cella” e l’irriverente ma evocativo
“ero peto di culo: lucido tepore”.

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Sto con Michele Serra (e Delio Rossi)

L’amaca di Michele Serra del 5 maggio 2012

E’ difficile pensarlo, figuratevi scriverlo: ma io sto con Delio Rossi. Non perché sia innocente: è colpevole, il suo gesto è stato grave, la punizione anche troppo blanda. Ma a volte, per provare a capire la vita e capire gli uomini, tocca stare con i colpevoli. Sto con Delio Rossi perché sto dalla parte della sua sconfitta. Della sua impotenza di educatore. Del suo crollo improvviso di fronte a un ragazzo di vent’anni che lo insulta perché non sopporta ordine, non sopporta regole, non sopporta prove, soprattutto non sopporta giudizio. Non sopporta, cioè, tutto quello che un allenatore incarna, un maestro incarna, un padre incarna.
L’esercizio dell’autorità, meglio ancora quello dell’autorevolezza, non è mai stato facile. Lo è ancora meno in tempi di confusione etica e di crisi di ogni gerarchia: non è solo la politica, è proprio ogni forma di ordinamento collettivo delle cose a scricchiolare sotto l’attacco concentrico delle smanie individuali: “io” rischia di essere la sola persona che amministra le persone, e a vent’anni la tentazione è ancora più forte. Credo che Delio Rossi, tutte queste cose, le abbia sentite gravare su di sé. Non si è sentito all’altezza delle sue responsabilità. E ha perduto la testa, come se avesse ancora vent’anni.

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Ti senti mai “sinantropico”?


Gli animali sinantropici sono quelli che vivono con l’uomo e nei suoi ambienti artificiali, ma senza mai diventare domestici. Sono gli ospiti indesiderati: piccioni e gabbiani sui tetti, pidocchi nelle scuole, meduse sulle spiagge, mosche e zanzare nelle case.

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Decalogo per il giovane conferenziere

Riportiamo, di seguito, il bellissimo decalogo del filosofo Paolo Rossi per il giovane (ma non solo) studioso che deve fare una conferenza o leggere una relazione a un congresso.

La scrupolosa osservanza di queste dieci norme (che riguardano solo ciò che un tempo si chiamava il “porgere”) non garantisce in alcun modo un anche modesto successo. Le norme servono solo a evitare un insuccesso legato a cause diverse dal contenuto della relazione. Questo tipo di insuccesso – contrariamente a quanto il giovane e inesperto studioso è portato a credere – è in realtà abbastanza frequente. Si manifesta nel pubblico con leggeri borbottii, colpetti di tosse, sbadigli, stiracchiamenti o aperta e plateale (anche se rarissima) disapprovazione.

1. Non superare MAI le QUINDICI cartelle di 2.000 battute, salvo che tu non stia parlando a un congresso politico o tu non voglia affermarti come dirigente sindacale: in questi casi non esistono limiti e, in quelle sedi, la durata serviva (e in parte serve ancora) a dimostrare l’autorevolezza dell’oratore.

2. Fai, di conseguenza, un conto accurato delle cartelle e delle battute. Non dare mai l’impressione di stare ansiosamente combattendo contro il tempo e di avere da dire molte più cose di quelle che effettivamente hai il tempo di dire. Questo tutti lo sanno e tutti (davvero tutti) potrebbero parlare per molte ore del loro argomento. Siccome tutti lo sanno, questo non interessa davvero nessuno. Non scusarti mai di parlare più del dovuto: limitati semplicemente a non farlo.

3. Non trasformare la lettura in un borbottio. Leggi il testo lentamente e con voce alta. Meglio se, come solo pochi grandi sanno fare, riesci a leggerlo dando l’impressione di non leggerlo. Fai pause dove l’argomento cambia. La insensata frenesia di dire tutto quello che si è scritto o (ancora peggio) tutto quello che si ha in mente, impedisce l’inserzione di quelle brevi pause di silenzio che hanno affetti accattivanti sull’uditorio. Hai mai sentito parlare di “pause sapienti”? Lo erano davvero!

4. Non leggere le eventuali citazioni dai classici o dai testi altrui più velocemente del tuo testo. Quasi tutti lo fanno. Ma quasi tutti i conferenzieri (e in specie quelli di provenienza accademica) sono affetti da forme a stento tollerabili di narcisismo. Ciascuno, del tutto ignaro del narcisismo proprio, è invece attentissimo a quello altrui. Comunque ricordati che le righe scritte da un qualunque classico vengono giudicate dal pubblico che ti ascolta più degne di attenzione di quelle che io e te riusciamo a scrivere.

5. Cerca di dire all’inizio ciò di cui parlerai, brevemente, dicendo che la relazione è divisa in tre parti o cose del genere. La gente ama gli indici, li legge per primi quando compera un libro e non ha per nulla torto ad amarli.

6. È un dato sperimentale e scientificamente acquisito che dopo quaranta minuti di ascolto la capacità di attenzione di un qualunque uditore scende paurosamente. Questa discesa dell’attenzione avviene in ogni caso ed è indipendente dal contenuto di ciò che si ascolta. Quando mancano una decina di minuti alla fine, dì con chiarezza che stai per concludere. Ricordati che questa notizia suona, sempre e in ogni caso, piacevole agli ascoltatori (chiunque parli) e suscita in essi un notevole risveglio dell’attenzione. Nella parte conclusiva (che in genere è la più importante) avrai quindi un uditorio attento e ben disposto. Ma la parte conclusiva (se avrai rispettato il primo e il secondo comandamento) non sarà in nessun caso più lunga di quattro cartelle. Non abbassarti all’odioso, infantile trucchetto di quelli che dicono «Mi avvio alle conclusioni» avendo dieci fitte cartelle ancora da leggere. Loro, come tutti i narcisisti, non si accorgono che tutti (con sicurezza ripeto: tutti) individuano subito l’ignobile trucchetto, e non avvertono l’ondata di fastidio-disprezzo che sale verso di loro dal pubblico degli astanti.

7. Approfitta dell’uditorio attento che il rispetto del comandamento numero sei avrà messo a tua disposizione ed enuncia con una certa forza le tue conclusioni.

8. Tieni presente che i dati, le notizie, le tabelle di numeri inseriti in una conferenza sono parzialmente digeribili dal pubblico solo se davvero funzionali a una tesi. Tutti usiamo tutti i giorni bibliografie ed elenchi, ma non siamo affatto disposti ad ascoltarli.

9. Ricordati che, là ove esiste, il microfono ESISTE e che è fatto apposta perché tu ci parli DENTRO. Le civettuole dimostrazioni di insofferenza per il microfono appartengono a repertori degli anni Trenta-Quaranta (l’intellettuale un po’ a disagio fra le macchine!) e non vengono giustamente MAI perdonate dal pubblico. La scenetta più patetica è quella del relatore che, quando dice una cosa che gli sembra importante, si propende verso il presidente e si distacca dal microfono. Il presidente lo sente e gli altri restano (si fa per dire) a bocca asciutta.

10. Quando fai una conferenza o una relazione pensa sempre a come TU ascolti le conferenze e le relazioni altrui. Il tuo animo, in questi casi, oscilla quasi sempre fra insofferenza, desiderio che lo spettacolo finisca presto e rari momenti di autentico interesse. Cerca di imbrigliare il tuo narcisismo infantile e ricordati che la reciproca vale sempre: anche quando SEI TU che parli. Non consolarti con i rallegramenti e le congratulazioni del dopo-conferenza. Vengono fatte in ogni caso e a tutti: i tuoi amici vogliono consolarti, i tuoi nemici sono (come sempre e ovviamente) in assoluta malafede.

[da: Il Sole 24 ORE del 29 gennaio 2012]

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Per non essere creativi

Il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto un curioso decalogo di istruzioni “per non essere creativi” di cui riportiamo uno stralcio della premessa:

La nostra società vive nel mito della creatività, al punto tale che c’è addirittura una figura professionale, il “creativo”, che mi sembra degna di un romanzo di Achille Campanile [...]. La situazione è lievemente surreale: quando in certi ambienti si dice “faccio il creativo” nessuno ride, mentre penso che tutti riderebbero se uno dicesse “faccio il pensatore” o magari “faccio il genio”.

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Sulle tracce di Giulia Sofia

A Giulia Sofia, mitico personaggio di Massimo Crozza e della sua Italia dei Carini, sarebbe di certo piaciuto trascinare tutti a Capalbio per un’indimenticabile …

befanàta / befa’nata/
[da befana * 1847]
s. f.
Rito tradizionale della campagna toscana durante la sera precedente l’Epifania, in cui gruppi di adulti o bambini vanno di casa in casa cantando e chiedendo regali | (est.) Canzone cantata in tale occasione.

[da: lo Zingarelli 2012]

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Lettera di presentazione aziendale

La “lettera di presentazione aziendale” è uno strumento fondamentale per chi desidera farsi conoscere da nuovi clienti, promuovere prodotti e servizi, e allargare così il proprio giro d’affari.

In poche ore Bellacopia.com è in grado di realizzare la lettera di presentazione di una ditta, di un negozio o di uno studio professionale.

Invitiamo tutti gli interessati a consultare le nostre tariffe e a richiederci un preventivo.

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Fa tanto tempo che…

I monosillabi si accentano quando c’è ambiguità. È dunque lecito domandarsi perché non si scriva con l’accento (come nel caso di egli dà), anche la terza persona singolare del presente del verbo fare (egli fa), per distinguerla dal fa che si usa nelle espressioni temporali vent’anni fa, poco fa, tanto tempo fa.

C’è un ottimo motivo per scrivere nello stesso modo questi due fa: sono la stessa cosa.
Il fa che ci sembra (e che usiamo come) un avverbio di tempo è proprio la terza persona singolare del presente di fare. Si è fissato in questa forma un modo di dire che in origine era: Fa tanto tempo che… (cioè: “è trascorso tanto tempo da quando…”). Si pensi all’espressione equivalente Vent’anni or sono, che significa “ora sono (passati) vent’anni”. 

[da Italiano di Massimo Birattari]

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L’aggettivo: una posizione che conta

Eccezioni a parte, quando l’aggettivo qualificativo segue il nome ha un valore distintivo, trasmette cioè un’informazione necessaria, che non può essere omessa senza pregiudicare il significato della frase; se invece l’aggettivo precede il nome allora ha un valore descrittivo e fornisce un’informazione non indispensabile.

Ecco alcuni esempi: ho ricevuto una lettera anonima; vivo in un anonimo palazzo di periferia; ho scelto il maglione verde; la mia mente cavalcava nelle verdi praterie della speranza.

La scelta della collocazione dell’aggettivo è comunque una questione di orecchio, di fluidità espressiva, di ritmo, e dunque di stile.

[da Italiano di Massimo Birattari]

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Regole sociali

In una gabbia dello zoo ci sono cinque scimmie…

Un guardiano appende una banana al soffitto della gabbia e lascia la scala al suo interno. Poco dopo, una delle scimmie va verso la scala e prova a salire verso la banana.
Ma non appena la scimmia tocca la scala, il guardiano spruzza le altre quattro bestiole con dell’acqua gelata.

Superato lo stupore iniziale, un’altra scimmia cerca di arrampicarsi sulla scala, ottenendo però lo stesso risultato: il guardiano spruzza le sue compagne con l’acqua gelata. Questa scena si ripete più volte. Ben presto, però, non appena una scimmia accenna a salire sulla scala, le altre quattro fanno di tutto per impedirglielo.

A questo punto il guardiano mette via l’acqua gelata e toglie una delle scimmie dalla gabbia, sostituendola con un’altra, del tutto ignara dell’accaduto. Non appena la nuova entrata vede la banana appesa al soffitto cerca di salire sulla scala ma, con sua grande sorpresa, le altre quattro glielo impediscono. Dopo un ulteriore e altrettanto inutile tentativo, essa capisce che se proverà ancora a raggiungere la banana verrà aggredita.

Ora il guardiano toglie dalla gabbia un’altra delle cinque scimmie di partenza e ne fa entrare una nuova al suo posto. Non appena questa si avvicina alla scala le altre quattro si avventano su di lei. E anche la penultima entrata partecipa con entusiasmo all’aggressione!

A intervalli di tempo regolari il guardiano sostituisce così, una dopo l’altra, tutte le scimmie della gabbia. Ad ogni cambio la nuova arrivata cerca di salire sulla scala e viene aggredita. Ora la maggior parte di quelle che partecipano all’aggressione non ha la minima idea del perché non si possa salire sulla scala e del perché esse stiano attaccando la nuova entrata.

Una volta sostituite tutte e cinque le scimmie iniziali, nessuna di quelle rimaste è mai stata spruzzata con l’acqua gelata; eppure nessuna di loro osa avvicinarsi alla scala per raggiungere la banana.

Perché, per quanto è dato sapere, è sempre stato così in quella gabbia!

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